sabato 17 giugno 2017

la Brexit vista da un'expat... tedesca a Londra




Intervista ad Anke*, expat tedesca da 20 anni in UK e amica dai tempi del mio avventuroso soggiorno londinese (1998-1999) sulle sensazioni e gli scenari sociopolitici del post-Brexit. Il testo in inglese è in fondo all'intervista. Buona lettura!

lunedì 29 maggio 2017

6 parole per capire la Francia (e i francesi)




In questo post, ironico e leggero ma frutto di osservazioni prolungate & studi semiseri, ho scelto 6 parole che, secondo me, potrebbero ben descrivere la Francia e i francesi. E credetemi, è stata davvero dura sceglierne SOLO sei. Vediamo insieme quali sono le "elette"!

sabato 22 aprile 2017

perché il Front National potrebbe vincere le elezioni - intervista a G. Lardeux





Alla vigilia del primo turno elettorale delle presidenziali francesi, sono riuscita a intervistare* Gwendoline Lardeux: docente di diritto all'Università di Aix-en-Provence, Gwendoline - che conosco dal lontano 2005 - è un'attenta osservatrice della realtà socio-politica del suo Paese, nonché un'appassionata di storia.

martedì 11 aprile 2017

come si diventa insegnante di italiano in Francia - intervista a Viviana





Oggi ho l'onore di avere un'ospite eccezionale che ci parlerà di un argomento molto gettonato tra noi expat: Viviana* ci racconta l'iter da lei seguito per diventare insegnante di italiano in Francia! Di ruolo, badate bene. Un vero e proprio "parcours du combattant", come vedremo. Non solo: Viviana esprime anche un giudizio schietto e illuminante sulla scuola francese.  
Ecco la sua testimonianza:

Ciao Viviana, tu sei arrivata in Francia e hai subito iniziato a insegnare, se non erro come lettrice di italiano all’Università. Puoi dirci come hai fatto? 
Prima di rientrare in Italia dall’Erasmus (durante l’ultimo anno di Università) e in procinto di discutere la tesi, decisa a ritornare in Francia costi quel che costi perché avevo conosciuto il mio futuro marito (ma allora non lo immaginavo ancora!!), avevo lasciato il mio curriculum al responsabile del dipartimento di Italianistica, conosciuto durante il mio soggiorno. 


Sono stata convocata per un colloquio qualche mese dopo, ma non fui presa. I contratti dei lettori sono, di solito, bi-annuali e, infatti, due anni dopo, mi fecero sapere che il posto era di nuovo vacante. Nuovo colloquio che andò, questa volta, bene. Sono poi passata su un posto di ATER (attaché d’enseignement et de recherche) riservato ai dottorandi (mi ero, infatti, nel frattempo iscritta in dottorato il cui accesso è libero, senza concorso, ma senza borsa), una grandissima opportunità, chiaramente per una neolaureata.

Quali sono le differenze principali tra l’Università italiana e quella francese? Il rapporto tra docenti e studenti, la vivacità intellettuale… a grandi linee naturalmente. 
Da quel che ho visto, i dipartimenti di Italianistica sono di solito molto piccoli: pochi insegnanti e pochi studenti. Questo facilita di sicuro l’instaurarsi di un rapporto più informale. Inoltre, è una pratica comune affidare ai dottorandi dei corsi, cosa che in Italia non succederebbe mai. Risultato: il corpo docente è spesso giovane, con tutti i pro e i contro della cosa. Molta dinamicità, certo, ma non sempre una solida esperienza... Però io mi baso su quello che ho vissuto in un piccolo dipartimento, so che in metropoli come Parigi o in facoltà come giurisprudenza il clima non è diverso dalle università italiane, più rigide e formali.

"No, non credo assolutamente che la scuola francese sia migliore di quella italiana."



Ora sei insegnante di ruolo nella scuola media inferiore (e superiore) a Tolosa. So bene, avendo due figli al collège, che con questa domanda rischio di mettere il dito sulla piaga, ma te lo chiedo proprio a bruciapelo: la scuola francese è davvero migliore di quella italiana? 
No, non credo assolutamente che la scuola francese sia migliore di quella italiana. È perfetta per una forma mentis francese, perché da lì nasce, e per una insegnante formatasi in Italia non è sempre facile adattarsi. Io faccio spesso buon viso a cattiva sorta e non è facile. Cosa ne penso sinceramente? La trovo poco incline a sviluppare l’autonomia, a far parlare liberamente i ragazzi e, francamente, non riesco ad abituarmi a fare lezione il pomeriggio. 


Come insegnante di una seconda lingua, mi trovo spesso in orari difficili da gestire (la fase post-prandium oppure pre-aperitivo, dalle cinque alle sei!), dove io stessa farei volentieri la siesta. Ho sviluppato doti da animatrice Club Med, clown, addomesticatrice di tigri e non ho ancora capito come spiegare certe regole di grammatica quando il cervello dei ragazzi è chiaramente fuori uso. Non mi pare che sia molto utile. Della scuola francese, mi piacciono però tutte le iniziative che possono essere proposte, in particolare attorno al CDI, come i club di lettura, gli incontri con gli autori, la radio degli studenti.... Certo, per gli insegnanti è una bella faticaccia, ma può essere una vera soddisfazione! 


Infine, una domanda a carattere pratico: puoi dirci come fare per diventare insegnante nella scuola pubblica francese? Ci racconti la tua esperienza? 
Dunque, esistono due concorsi per diventare insegnante nella scuola secondaria: Il CAPES e l’Agrégation. Chiunque sia in possesso di una laurea quinquennale (in qualsiasi materia) può iscriversi agli scritti, che si svolgono una volta all’anno, di solito fra marzo e aprile (è possibile tentare il concorso en interne, per chi ha già lavorato nel pubblico almeno cinque anni, ma questa è un’altra storia!). 

"La trovo poco incline a sviluppare l’autonomia, a far parlare liberamente i ragazzi e, francamente, non riesco ad abituarmi a fare lezione il pomeriggio."
Sul sito eduscol, si trova una descrizione dettagliata delle prove, caldamente consigliata a chi voglia tentare l’avventura. Se si passano gli scritti, si diviene admissible e si devono preparare gli orali, previsti di solito due mesi dopo. Il percorso è però stato recentemente modificato: sono previsti dei corsi di preparazione, in didattica e pedagogia, all’ESPE, qualcosa di simile alle nostre vecchie SSIS. Io però ho ottenuto il CAPES l’anno prima di questa riforma e non so bene come funzioni l’ESPE. 

Una volta superato l’orale e ottenuta l’admission, ci attende un anno di prova (di stage) con ulteriori corsi di formazione, un tutor che viene assistere in classe alle vostre lezioni e, dulcis in fundo, la visita di un inspecteur a cui spetta l’ultima parola: se siete adatti o no a questo mestiere. L’anno di stage è tutt’altro che una passeggiata! A complicare le cose, il fatto che si ottiene una assegnazione provvisoria in una académie (più o meno corrisponde a una regione) e quella definitiva, solo in seguito alla titolarizzazione

Per i giovani insegnanti, senza famiglia o figli, questo significa tutta una serie di traslochi, da una regione all’altra, ma anche per le persone sposate o "pacsate", non è sempre sicuro di rimanere là dove si vive. Secondo me, è una cosa da tenere seriamente in conto se si vuole tentare questa strada. Io ridacchiavo quando mi davano questo consiglio, pensando che non mi sarebbe mai successo, invece sì e, da mamma di una quasi dueenne, non è per niente facile!
Grazie Viviana per averci raccontato la tua storia e buon lavoro!


 *abbiamo cambiato il nome, per motivi di riservatezza e su richiesta dell'intervistata.

immagini prese da Internet

giovedì 16 marzo 2017

lavorare con i tedeschi - minicorso di sopravvivenza (by Andrea Lipari)





Oggi è venuto a trovarci un "vecchio" amico del blog: Andrea Lipari. Parlemitano doc con un lavoro fisso, Andrea ci aveva raccontato mesi fa di come fosse approdato a Heidelberg - di certo non per caso - dopo un ammirevole percorso di preparazione (linguistica e non) al soggiorno teutonico. Oggi Andrea ci racconta delle sue impressioni sul lavoro... con e per i tedeschi.    

venerdì 3 marzo 2017

5 idee per crescere bambini bilingue (anzi trilingue!)




Post di testimonianza con raffronto teoria/pratica, da mamma di 3 bambini esposti a 3 idiomi (italiano, francese e tedesco), senza pretese da manuale, e il cui unico intento è fornire un resoconto incompleto e imperfetto della mia esperienza di expat da sempre alle prese con prole trilingue.
"Mamma, andiamo a scuola, wir gehen zur Schule, nous allons à l'école o... we're going to school?" "Core mio, annate a scòla!"

Innanzitutto una rinfrescatina alla memoria: io sono italiana, mio marito tedesco e i nostri 3 pargoli (classe 2009, 2005 e 2003) sono nati in Francia. Ops, tutti tranne Valerio, il primogenito, nato e vissuto per un anno a Monaco di Baviera. E, guardate un po', è anche quello più facilitato nell'apprendimento del tedesco! Eh già, perché come sapete il feto "sente" parlare, avendo un udito sviluppato già alla 24° settimana di gravidanza, e il neonato - che ve lo dico a fare! - una volta catapultato nel mondo esterno è semplicemente una spugna. Un registratore in formato XS, insomma.



Ma iniziamo con le... idee - anzi, forse sarebbe il caso di chiamarli suggerimenti. Per prima cosa, vediamo un po' come definire (molte le scuole di pensiero e altrettante le definizioni) il bilinguismo: Antonella Sorace della University of Edinburgh & Bilingualism Matters, afferma senza giri di parole che "essere bilingue vuol dire usare due o più lingue regolarmente; NON vuol dire parlare due lingue perfettamente."
Ma allora non devo saper recitare i canti dell'Inferno a memoria per essere bilingue!!

Insomma, questo basterà a tranquillizzare molti genitori all'estero, afflitti perché i propri pargoli non parlano PERFETTAMENTE l'italiano.
E, stando alle richerche effettuate sull'argomento, prima si comincia meglio è - anzi, bisogna cominciare già quando la creatura è in utero. Leggete un po' qua:

Johnson e Newport (1989): le competenze dei monolingui sono raggiunte da chi parla una seconda lingua solo nel caso in cui la sua acquisizione avvenga prima del settimo anno di vita. Questo perché sembra che si attivino aree corticali diverse (Fabbro, 2004; Werker, 1995) a seconda che la L2 sia acquisita prima o dopo tale età.**

 
Ah  ma', mi sa che è tardi che dici?

E ora pronti, partenza via con le mie 5 idee!

1 – parlare sempre e fin da subito la propria madrelingua secondo il principio del "one person one language". 
Teoria: sempre e in qualsiasi occasione, OSSIA: ciascun genitore dovrà parlare solo ed esclusivamente la PROPRIA madrelingua. Perché? Per evitare errori di pronuncia o grammaticali, ma soprattutto per fornire al bambino il miglior prodotto linguistico possibile e la massima identificazione genitore/lingua.

Mamma quadrata italiana. Papà triangolare tedesco (immagine non pervenuta)

Pratica: inevitabilmente, un giorno vi troverete a dover parlare a vostro figlio in un’altra lingua. Esempio: in presenza di amichetti, suoceri, insegnanti e altre persone che non capiscono l’italiano. Non solo, ma vedrete che con il passare del tempo i figli tenderanno a rispondere nella lingua del Paese in cui vivono. Io con i miei parlo italiano nell’85% dei casi, e loro mi rispondono in italiano nel…15% dei (medesimi) casi. Attenzione, a tutto ciò c’è un rimedio infallibile. Andate al punto 2!

"Fino a tre, quattro o cinque anni la lingua materna del bambino (la lingua d'origine della madre) è la più importante nella sua vita." Elisabeth Deshays* 
Mamma! Spaghetti! Sugo! (immagine presa da internet)

2 – Favorire i contatti con persone madrelingua 
non solo nel Paese in cui vivete, ma soprattutto intensificando viaggi e soggiorni in Italia (o Germania, nel caso del papà) – ergo: visite a nonni italiani, nonni tedeschi, zie toscane, cugini spoletini e amichetti ternani. 

Teoria: a ogni ponte/festività/vacanza scolastica fare velocemente le valigie e andare a trovare il parentado italico (o quello del marito, se i rapporti sono sufficientemente stretti da potersi frequentare anche al di fuori delle vacanze natalizie).

immagine presa da internet


Pratica: finché i bambini sono piccoli sarà abbastanza facile attuare il piano 2. Metti le vacanze – numerosissime qui in Francia –, metti i soggiorni nostalgici a sfondo shopping, metti i compleanni e le cerimonie. Le occasioni inizieranno a rarefarsi in modo direttamente proporzionale all’età dei pargoli. Why? Perché subentreranno elementi di distrazione, leggi fidanzate(i), tornei di pallavolo, gite con amici, colonia(e) invernale e/o estiva e altre ottime scuse per non varcare le Alpi. 
IDEONA: e se trovassero un(a) fidanzata(o) italiana? Mi sa che ci stiamo allargando troppo. Mmm.
immagine presa da internet


3- Far studiare ai figli l'italiano a scuola 
Teoria: appena il bambino potrà scegliere una seconda lingua (in Francia langue vivante 2, dopo l’inglese naturalmente), approfittarne per fargli studiare l’italiano. Avete letto bene: STUDIARE. Dunque, non appena possibile - alle medie, collège o Gymnasium che sia, a seconda del Paese -  cercherete un istituto che offra questa lingua straniera, affinché il bambino possa imparare la nostra favella in tutti i suoi aspetti - grammaticali, sintattici, storici, culturali. 

Chi non conosce le lingue straniere non conosce nulla della propria (Johann Wolfgang von Goethe)
 
Eh sì, perché dite la verità, quanti di voi si mettono a insegnare storia e geografia italiana ai figli? Ah sì, voi sì? Allora scrivetemi subito per passarmi le lezioni di cultura italiana. E non si scappa: voglio i file. Oggi stesso. 

immagine presa da internet

Pratica: preparatevi e tenete i nervi saldi, perché dovrete scontrarvi con tutta una serie di luoghi comuni molto duri a morire. Ad esempio la gente vi dirà quasi sicuramente, che “non serve perché tuo figlio già lo SA l’italiano”, oppure “ma perché non gli fai studiare una lingua più utile tipo CINESE o SPAGNOLO?”. Ecco, voi dovrete avere le idee chiarissime, e spiegare con molta calma – con gli sputasentenze ce ne vuole una tonnellata - che saper parlottare una lingua non significa conoscerla bene, e che nella vita non si sa mai – e se il pargolo volesse un dì frequentare Lettere alla Sapienza? E se desiderasse iscriversi all’Accademia di Brera invece che alle altisonanti Beaux Arts di Parigi, dove (esperienza diretta) esci senza aver mai sentito parlare del Caravaggio? Ah bon oui, mais c'est Pariiiiis. 

La lingua è tutto ciò che resta a colui che è privato della sua patria. (Hölderlin)
 
immagine presa da internet


4 – Moltiplicare gli stimoli all’orale e allo scritto 
Teoria: dovrete cogliere qualsiasi occasione per leggere, vedere film e documentari, scrivere nella vostra lingua affinché il bambino la assimili sia all’orale che allo scritto. Una lingua solo parlata e non scritta è una lingua a metà. Certo, sempre meglio di niente per carità, ma volete sapere quante persone in questi 20 anni all’estero mi hanno detto gemendo “Eh se avessi imparato NON solo a parlare ma anche a scrivere!!”. Tante, troppe. Credetemi. Volete i nomi? Scrivetemi. Oggi stesso.

"Mamma, ma perché mi fai scrivere gli ingredienti del tiramisù prima di mangiarlo?"

Pratica: non sarà sempre facile, perché il bambino sarà spesso stanco, oppure si innervosirà trovandosi di fronte a vocaboli che non conosce. Un'amica spagnola mi raccontava sconsolata che lei adorava leggere alle figliole Harry Potter nella sua lingua, ma che queste ultime non facevano che sbuffare per via dei termini incomprensibili (e spesso fantasiosi poiché inventati dal traduttore).

"Allora fanciulli, oggi leggiamo un bel libro: Il nome della rosa. Eh no, non parla di giardinaggio, tranquilli."


5 - Iscrivere i figli nella scuola italiana, anche per una sola settimana! 
Un’idea molto bella, e che vi suggerisco di mettere in pratica, è di far frequentare al bambino la scuola italiana per un certo periodo di tempo. Certo, non sempre risulta facile, ma pensate che lo scorso anno Valerio durante le vacanze autunnali – che in Italia non esistono mentre in Francia durano ben 14 giorni! – è andato per una settimana alla scuola media Leonardo da Vinci di Terni. Organizzare il tutto è stato un gioco da ragazzi: è bastato scrivere una mail alla segreteria, che pochi giorni dopo ha dato l’OK. Ringrazio Patrizia del gruppo Facebook Mamme italiane all’estero per avermi suggerito questa brillantissima idea!

Mamma, quando mi mandi a scuola in Italia? Ma', è già il 2041 e io tra poco vado fuori corso.

L'esperienza nella scuola italiana ha aiutato immensamente mio figlio a migliorare la comprensione dell’italiano grazie all’esposizione alla lingua colta durante le lezioni; ma non solo: Valerio ha potuto fare un raffronto con la scuola francese, frequentare ragazzi della sua età con cui è ancora in contatto - eh oui - e immergersi completamente nella vita di un adolescente italiano.
Inutile precisarlo: la prossima volta toccherà alla scuola tedesca. Non so perché, ma ho il vago presentimento che le pratiche di iscrizione saranno più... tortuose. Sono donna di poca fede?

immagine presa da internet

Ecco, le mie 5 idee per crescere bambini bilingue sono solo suggerimenti, fermo restando che, a prescindere dal livello raggiunto nella lingua dei genitori – vedrete che ogni bambino reagisce e apprende diversamente! – il contatto fin dalla tenera infanzia con un altro idioma sarà sempre un arricchimento. Culturale e umano.
Sempre (italiano)
Immer (tedesco)
Toujours (francese)
Always (inglese)
Sembre (ternano)

L'école è finita, adesso tocca alla scuolaaaa!

Segnalo infine un documento interessantissimo sul bilinguismo, redatto dall'Università Ca' Foscari (Venezia). Ecco i punti di particolare rilevanza: 

1) I vantaggi mentali del bilinguismo persistono in età adulta e sono stati riscontrati anche negli anziani che sono cresciuti con due lingue dall'infanzia. 
2) Ci sono indicazioni che il bilinguismo possa ritardare il declino cognitivo (sia normale che patologico) nella terza età. 
3) Molti genitori pensano che sia meglio aspettare che una delle lingue si sia ‘stabilizzata’ prima di introdurre la seconda. Tuttavia questo fa mancare l'input in quella lingua nel periodo più ricettivo.


Come direbbero i nostri amici anglofoni, that's food for thought!
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plurilinguisticamente vostra, 
parpra 

LINK UTILI
*Come favorire il bilinguismo dei bambini
** Link al documento della dott.ssa Rita Mari